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Missione Arcobaleno: Albania 1999

16 Aprile 1999 ore 06.45 Sassone Roberto e Valotta Marco, volontari della Croce Bianca , si uniscono agli altri componenti del II contingente ligure in partenza per l’Albania.
Al punto di raccolta ci incontriamo con i Volontari di S. Quirico, Chiavari, Savona e La Spezia , carichiamo zaini e materiali sui mezzi(Panda 4X4 - Volkswagen Transporter - Laverda 4X4) e si parte.
Il morale è alto, il clima disteso, forse perchè l’Albania è ancora lontana, abbiamo 13 ore per percorrere circa 1000 Km sino a Bari dove ci imbarcheremo; la velocità massima della colonna è di 80 Km/h.

Dopo duecento km iniziano i problemi; il Laverda rompe, trasferiamo zaini e materiali sulle altre macchine e si riparte.

Alle 19.30 siamo ancora a 300 km da Bari.
Alle 21.00 i telefonini cominciano ad impazzire, all’imbarco ci stanno aspettando.
Ore 22.30 dopo aver “fuso” le auto ed infranto tutti i limiti e le prescrizioni esistenti siamo all’imbarco, le ultime telefonata , non sappiamo se dall’Albania potremo chiamare e si parte.

Otto ore di traghetto, quattro nel porto di Durazzo in attesa di sbarcare per dare precedenza a movimenti militari in corso, alle 12.00 mettiamo finalmente piede sulla terra ferma.

Incontriamo i Volontari del primo contingente, passaggio di consegne qualche aneddoto sull’esperienza fatta e poi via verso la definitiva destinazione, l’ ”Albergo”(un rudere in cemento ), che sarà la nostra casa per i prossimi dieci giorni.

Nel pomeriggio si comincia, sopralluogo a Shijak dove dovremo allestire il campo dell’A.n.p.as. (Associazione Nazionale Pubbliche Assistenze.); il terreno è al 90% fango ed al 10% ghiaia, diamo avvio all’opera di bonifica.
La mattina successiva e per l’intera giornata, terminiamo la bonifica montiamo 120 tende per accogliere c.ca 1000 profughi, una cambusa, una cucina con due cucine da campo, una tenda ambulatorio ove presenziano 24 ore su 24 medici e ed infermieri, una tenda segreteria con computer ,fax , fotocopiatore e telefono satellitare.

Dal 2° al decimo giorno prestiamo la vera opera di assistenza a circa 1000 profughi assegnati al nostro campo, imparando anche le poche frasi in albanese che possono esserci utili (come stai,grazie, per picere, mettiti in fila ed altre)..
Con il supporto dei Vigili del Fuoco che provvedono a rifornirci di acqua e dei carabinieri sempre pronti a scortarci e ad aiutarci, soprattutto quando nascono problemi con la polizia Albanese, che complica volentieri il nostro lavoro, diamo loro assistenza, vitto ed alloggio necessaria.
Con l’arrivo dei T.i.r. di aiuti alimentari provenienti dall’Italia, cuciniamo anche piatti italiani graditi ai profughi, che tuttavia preferiscono piatti brodosi per mangiarci insieme pane facendo così un piatto unico.
Il lavoro, tuttavianon si esaurisce nel campo; a turno diverse squadre sono sempre pronte per interventi di assistenza all aeroporto, o per trasferire persone dai campi all’ospedale di Tirana.

Alla fine della nostra avventura prima di rientrare abbiamo raccolto saluti e ringraziamenti da tutti, ed accanto alla soddisfazione per essere stati utili e importanti per così tante persone, abbiamo vissuto il disagio di capire che mentre per noi le difficoltà e la paura erano finiti per tutti loro sarebbero continuati ancora a lungo.

Il ritorno in Italia è stato decisamente meno avventuroso, la nave che ci ha riportato in Italia ,il Palladio, è una nave da crociera dove abbiamo usufruito nella giornata della traversata di tutti i comfort, cabine, docce, piscina, sala giochi, ma soprattutto abbondanti pasti italiani; dopo tanti giorni di scatolette, lasagne a cannelloni ci hanno trasformata come bambini in una fabbrica di cioccolato.

Oggi a 4 mesi distanza sento che quell’esperienza ha lasciato un segno; ho visto e sentito cose che mai potrei vedere in Italia; ho vissuto, come tutti i miei compagni, dieci giorni da bestie, nel polvere, nel fango, nel fumo delle cucine a gasolio senza poi avere neppure l’acqua per lavarsi; ho imparato ha montare un campo fatto di tende a parlare con gente che non capisce la mia lingua e se mai domani ci fosse bisogno, nonostante le difficoltà e le paure sarei pronto a ripartire.